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SUMMARY:Ofmiceandmen
DESCRIPTION:28 maggio 1999 ore 21 \nda John Steinbeck\ncon Enrico Adami\, Massimo Furlano\, Carlo Russo\, Irene Russo\, Marco Giusti\nvoce Marcela Serli\nregia Massimo Furlano \nrassegna Terra di temporali e primule \nTeatrolatro lavora per il teatro del Friuli dall’aprile1995\, quando Massimo Furlano\, Antonio Cantarutti e Toni Bornacin arrivano all’improvviso sui prati friulani di un pomeriggio di pasquetta con il loro primo spettacolo Il barbiere imperfetto. La formazione\, che significativamente si sottotitola “libera associazione di mutuo soccorso teatrale”\, riunisce attualmente nel più recente spettacolo del gruppo Massimo Furlano\, Enrico Adami\, Carlo Russo\, Irene Russo e Marco Giusti. Il romanzo Of mice and men è un piccolo intenso dramma che colloca l’amara vicenda dei suoi protagonisti\, George e Lennie\, su uno sfondo di denuncia sociale. E’ la storia tragica e violenta di due braccianti che vivono\, nella vana resistenza alla miseria del mondo\, l’emigrazione verso l’Ovest degli Stati Uniti\, terra di false e mancate promesse negli anni successivi alla depressione. Per Teatrolaltro Ofmiceandmen si trasforma in una fiaba ossessiva e minacciosa\, un incubo\, destinata a tutti coloro che hanno un sogno segreto e cercano di trovare la forza per realizzarlo.
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SUMMARY:Laris
DESCRIPTION:21 maggio 1999 ore 21 \ndi e con Fabiano Fantini\, Claudio Moretti\, Elvio Scruzzi\nuna produzione CSS Teatro stabile di innovazione del FVG – Teatro Incerto \nrassegna Terra di temporali e primule \nTorna sulle scene\, in versione “riveduta e corretta” dieci anni dopo il debutto\, Laris\, forse la commedia più esilarante della Trilogia di Four/Laris/Dentri\, una terna di spettacoli con la quale l’Incerto ha conquistato le platee del teatro in friulano negli anni Novanta. Laris è la storia di tre amici  – a cui danno verve e carattere gli attori dell’inossidabile terzetto. Claudio\, Fabiano ed Elvio si ritrovano allora nei panni di tre ladri improvvisati che inseguono ingenui sogni di prosperità e ricchezza. Insoddisfatti dell’esistenza che conducono nel loro paese\, delusi dal lavoro\, incapaci di scelte che possano dare una svolta al quotidiano squallore\, i tre si imbarcano infatti nella classica “impresa più grande di loro”: rubare una delle statue simbolo di Udine\, la statua di Caco\, per poi rivenderla ad un americano! Uno spettacolo tornato oggi più che attuale in questi tempi in cui impazza “il gioco della fortuna” . \n“Anche moltissimi friulani sognano oggi di arricchirsi a quei giochi pre o post TG che per noi sono un po’ il simbolo di una società schizofrenica\, disposta a tutto pur di fare la bella vita come i divi in tv\, senza faticare e giustificando pure gesti al limite della legalità”.\n\nCon Laris prosegue\, nel 1999\, ad un anno di distanza dal debutto di Four\, la trilogia comica in friulano del Teatro Incerto. Ancora una volta al centro di quello che questa volta può essere definito un intermezzo farsesco\, un trio di amici pronti a tutto pur di sottrarsi all’insoddisfazione della vita di provincia\, alle delusioni della vita professionale\, ai fallimenti di quella privata. Pronti a tutto pur di dare una svolta al proprio squallore quotidiano. Stanchi di affidare tutte le loro speranze di un futuro idilliaco al solo rito settimanale della schedina. Pronti a tutto. Anche a trasformarsi in ladri. Quando infatti\, come una meteora\, uno degli amici\, emigrato in America\, torna al Paese\, gli altri due\, che dal Friuli non si sono mai mossi\, vedono in lui la loro ultima spiaggia per un radicale cambiamento. La posta in gioco è molto alta e questa volta non potrà essere lasciata al caso o alla fortuna\, ma a una scelta coraggiosa che li coinvolgerà tutti in una storia nella quale saranno\, per la prima volta\, protagonisti. Laris si sviluppa allora come una farsa in friulano dallo sviluppo moderno\, capace di “rubare” risate parlando della realtà dei nostri giorni\, tenendosi lontano da luoghi comuni e clichè\, alla quale il pubblico dei grandi teatri come delle piccole platee di tutto il Friuli ha saputo ritrovarsi e specchiarsi\, divertito\, sempre con calorosissime accoglienze.
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SUMMARY:Non ve lo do per milleEsperimento di ingegneria organica in prosa
DESCRIPTION:22 aprile 1999 ore 21 \ndi Ugo Dighero\, Stefano Benni\, Dario Fo\ncon Ugo Dighero \nL’ingegneria organica\, si sa\, ha fatto passi da gigante. E tra poco per\nascoltare l’ultimo successo di Madonna non bisognerà più acquistare un compact disc\, ma sarà sufficiente masticare un chewing-gum che contenga quella canzone. La sentirete in dolby surround nella vostra testa. Già ora comunque esiste un uomo che può farvi raccontare delle storie somministrandovi una semplice pillola. “Cavia” dell’esperimento è Ugo Dighero\, l’attore del gruppo dei Broncoviz\, popolare volto televisivo di trasmissioni di culto come “Avanzi”\, “Hollywood Party” e ora special guest di “Mai dire gol”\, proverà a distribuire anche fra il pubblico le sue straordinarie “pillole” di cantastorie. Vi piacciono le storie d’amore o preferite quelle d’azione? Le poesie? Volete togliervi lo sfizio di raccontare una storia intera usando una vocale sola? Non ve lo do per mille – Esperimento di ingegneria organica in prosa accontenterà i gusti di tutti\, con pillole firmate Stefano Benni\, Dario Fo\, le curiose compresse viola dello stralunato poeta Gianni Micheloni. Ugo Dighero insomma\, ingurgiterà davanti al pubblico l’intero flacone componendo un caleidoscopico paesaggio di personaggi che non vi faranno rimpiangere la vostra amata TV. “Godetevi l’esperimento – esclama Dighero – e ricordate che ai primi cento acquirenti verrà data in omaggio la pillola per fischiettare la Bohème in versione integrale!”
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SUMMARY:Venti
DESCRIPTION:10 aprile 1999 ore 21 \ncoreografie Roberto Cocconi\ncon Michele Carrara\, Giordano Casco\, Laura Cavalli\, Roberto Cocconi\, Sara Lamanda\, Loris Luise\, Cristina Mauro\, Alessandro Montello\, Stefano Montello\, Valentina Morpurgo\, Fabrizio Zamero\, Luca Zampar\, Flavio Zanier\nluci Alejandro Alunni\nmusiche Alessandro Montello\, eseguite da FLK\ncostumi Margherita Mattotti\nmanipolatore dei suoni Francesco Rodaro\nuna produzione Arearéa/FLK/Music Team\, con il sostegno di Centro Servizi e Spettacoli di Udine \nVenti rappresenta per noi un’importante occasione per sostenere e promuovere il lavoro artistico di due gruppi: Arearea e FLK\, che riteniamo essere tra i più interessanti e rappresentativi della nostra regione; un’opportunità per essere partecipi di un progetto\, una nuova creazione\, che nelle sue premesse ci è parsa subito particolarmente interessante per il suo spontaneo e naturale desiderio di incontro tra artisti – musicisti e danzatori – che motiva nel suo profondo la ricerca di una sintesi omogenea tra danza e musica\, verso il teatro.\nCentro Servizi e Spettacoli di Udine\n\nArearéa è la nuova compagnia di danza contemporanea di Roberto Cocconi\, danzatore e coreografo udinese proveniente da Sosta Palmizi\, la compagnia fondata dai danzatori incontratisi durante l’esperienza di Teatro Danza La Fenice sotto la guida di Carolyn Carlson.  Dal 1990 attraverso un comune percorso di formazione e di studio i danzatori di Arearéa hanno intrapreso un personale percorso di produzione e promozione di opere di danza contemporanea. Sono già stati proposti al pubblico gli spettacoli Lilium (1992)\, Ta-tuu (1993)\, P.E.E.P. Ovest (1994). Una realizzazione video dello spettacolo ha ricevuto la menzione speciale per la relazione più riuscita tra luogo e coreografia al festival Coreografo Elettronico 1994 di Napoli\, Q.Q  (1996)\, P.E.E.P Ovest (1997\, nuova edizione). Arearéa ha inoltre partecipato con proprie coreografie agli spettacoli teatrali L’altro mondo (1994) e Mistero Contadino – L’arc di San Marc (1996) con la regia di Claudio de Maglio. \nFLK\nPartendo dall’assunto che “l’uomo che canta la propria terra non può che farlo nella lingua che è di quella terra”\, dal 1991 gli FLK propongono la loro musica in friulano. Partendo da un percorso che è dunque di concentrazione sui luoghi marginali ed esclusi dalla storia\, sulle dinamiche di liberazione della cultura\, gli FLK si sono creati un loro spazio all’interno del combat-folk\, autoproducendo Ratatuje\, il primo demo (1993) e\, dall’esperienza dei concerti dal vivo\, Colors (1995). Del 1997 è il loro ultimo cd Re Noir  (produzione Compagnia Nuove Indie).
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SUMMARY:Adriano Olivetti
DESCRIPTION:26 marzo 1999 ore 21 \ndi Laura Curino e Gabriele Vacis\nregia Gabriele Vacis\ncon Laura Curino\, Mariella Fabbris\, Lucilla Giagnoni\nuna produzione Laboratorio Teatro Settimo \nSi può essere capitalisti e rivoluzionari? Può l’industria darsi dei fini che non siano solo i profitti?\nSi può proporre la società perfetta che converge verso la città di Dio e intanto cominciare a correggere questa nostra realtà quotidiana\, così imperfetta e sottoposta a spinte contrastanti?\nSe lo chiedeva quarant’anni fa Adriano Olivetti\, capitano di un‘azienda allora ai vertici mondiali\, manager illuminato sostenitore di un’industria dal volto umano\, di un’economia fonte di progresso anche sociale\, intellettuale. Un caso “eretico” che può però aiutare a ricapitolare la storia dell‘industrializzazione nel Nord del nostro Paese. \nAdriano Olivetti è il secondo capitolo di una narrazione civile che il gruppo torinese ha incentrato attorno alla famiglia industriale di Ivrea per raccontare la storia di una collettività\, di una città\, di un momento storico di cambiamenti che ha visto una formidabile utopia affacciarsi alla realtà. Nei modi tipici del suo gruppo di lavoro\, Laura Curino ha raccolto assieme a Vacis testimonianze e documenti\, incontrando gli operai. le donne che rimanevano a casa\, le famiglie\, i protagonisti anonimi di una storia vera lunga 50 anni. A dargli voce\, ci saranno in scena tre attrici che da tempo condividono con Teatro Settimo un percorso sulla memoria: la stessa Curino\, Lucilla Giagnoni e Mariella Fabbris. Furono in molti a condividere il progetto di “industrializzazione umana” pensato da Adriano Olivetti che trasformò Ivrea in un laboratorio di sperimentazione guardato con interesse da tutto il mondo. Circondato dai migliori architetti internazionali\, stimato da artisti e intellettuali\, Adriano Olivetti\, figlio di Camillo (a cui era dedicato il primo spettacolo sugli Olivetti)\, è l’uomo che\, al motto di “l’uomo non è chiuso in tuta”\, contribuisce a cambiare radicalmente il volto di Ivrea\, una città che quarant‘anni fa sembrava grande come Torino\, una città di teatri\, biblioteche moderne\, gallerie d’arte\, caffè\, sale cinematografiche e da concerto\, laboratori di ricerca scientifica e artistica\, mentre la fabbrica ospita artisti e intellettuali e i figli degli operai mangiano in mensa assieme a mamma e papà\, vanno in vacanza al mare nelle colonie Olivetti. Oggi che quell’esperienza si è esaurita\, Adriano Olivetti diventa\, per Laura Curino\, “un testo sulla dimenticanza che spera di essere scintilla di memoria collettiva. Oggi\, momento di grande disorientamento per la città – aggiunge Laura Curino — rivolgere l‘attenzione a quelle esperienze non è infatti opera di riesumazione di un sogno ormai scaduto\, ma sincera necessità di rimettere in circolo idee e ipotesi culturali”.
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SUMMARY:Ciccio Concerto
DESCRIPTION:14 marzo 1999 ore 21 \ndi Roberto Del Gaudio\ncon Roberto Del Gaudio (voce)\, Vittorio Ricciardi flauto)\, Francesco Solombrino (violino)\, Dario Vannini (chitarra)\, Federico Odling (violoncello)\nmusiche Federico Odling\nuna produzione I virtuosi di San Martino \nNon è facile imprigionare in un’etichetta il teatro e la musica dei Virtuosi di San Martino\, la formazione partenopea che molti teatri italiani hanno già accolto come una piccola preziosa rivelazione. La loro ultima creazione è “Ciccio Concerto”\, uno spettacolo sfuggente e indefinibile se non come un insieme di più suggestioni\, divertissement colto e avanspettacolo napoletano\, oppure curioso happening di memoria futurista. Cresciuti in seno al teatro d’avanguardia\, alcuni maturando esperienze con Carlo Cecchi\, Cabaret Voltaire\, Andrée Ruth Shammah\, i cinque “Virtuosi”\, Roberto De Gaudio (cantante-attore)\, Federico Odling (compositore-violoncellista)\, Francesco Solombrino (violinista) e Dario Vannini (chitarrista)\, Vittorio Ricciardi flautista) definiscono a poco a poco un loro personale percorso che muove dalla tradizione dell’avanspettacolo napoletano per poi divertirsi a confondere le acque immergendosi nella sperimentazione. Il rigore “crudele” della ricerca si incontra così con una chiara vocazione popolare)\, mescolando freneticamente il “colto” e il “leggero” per denunciare la loro distinzione come (ormai) un luogo comune. Protagonista – feticcio già dei tre spettacoli precedenti\, Ciccio è diventato per i Virtuosi il simbolo dell’obesità mentale\, quella che non digerisce ma assimila pur continuando a divorare tutto\, da Gozzano a Laforgue\, da Leopardi agli Squallor\, da “Bella ciao” alla “Marsigliese”\, in un caleidoscopico passaggio e incrocio di toni e generi musicali\, di lingue e di personaggi. E nel nome di Ciccio\, Roberto Del Gaudio\, prorompente primattore – cantante spara battute a raffica\, senza timore di fare il verso a mostri sacri della tradizione\, da Eduardo a Totò\, da Buscaglione Peppe Barra\, e anche a Carmelo Bene\, Gassmann\, Paolo Poli. Con una comicità immediata che colpisce però al cuore e al cervello\, Del Gaudio usa a pretesto le vicende di Ciccio Formaggio\, di Luisa e il terzo incomodo\, i loro tradimenti\, gli amori\, le piccole tristezze\, lo squallido gioco dei doppi sensi\, per scandire tutte le tappe di un irresistibile viaggio musicale.\nI Virtuosi di San Martino si sbizzarriscono accompagnandolo in un continuo rimando di “incontri impossibili”: Schoenberg e il liscio romagnolo\, la rumba e Stravinski\, i Beatles e Rossini\, Kurt Weill e la musica “mariachi”. Dietro l’angolo\, accanto al piacere del gioco e al sacro cospetto degli spettatori\, i Virtuosi prendono di mira la balbuzie e l’incertezza creativa della nostra epoca\, in un gioco estremo e tragicomico finalizzato all’estraniamento e alla denuncia.
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SUMMARY:Toccata e fuga
DESCRIPTION:24 febbraio 1999 ore 21 \ndi Derek Benfield\nregia Marco Vaccari\ncon Gigi Sammarchi e Marco Vaccari\nuna produzione Fama Fantasma \nLa commedia brillante “Toccata e fuga”\, da un testo del commediografo inglese Derek Benfield\, vede in scena un grande mattatore comico. Per il grande pubblico\, Gigi Sammarchi è solamente “Gigi”\, l’altra metà del cielo della coppia comica “Gigi e Andrea”. E’ nella parte dell’ingenuo romagnolo “Gigi” che infatti\, assieme ad Andrea Roncato\, Sammarchi si è conquistato la simpatia delle platee televisive e cinematografiche nelle tante apparizioni agli show “Premiatissima” \, “Hallo Goggi”\, “Grand Hotel”\, “Sabato al circo” \, al serial TV “Don Tonino” e sul grande schermo al fianco di Lino Banfi\, Leo Gullotta\, Paolo Villaggio. Dopo la separazione artistica della coppia comica\, Gigi Sammarchi ritorna ora al pubblico che ha sempre amato la sua verve proprio grazie al teatro\, che lo vede impegnato\, per questa stagione\, in due opere brillanti scritte da autori inglesi. Una di esse è Toccata e fuga\, una commedia brillante nata dall’esplosiva inventiva di Derek Banfield\, uno degli autori più acclamati della nuova generazione di drammaturghi inglesi\, ricca di tutti gli ingredienti più classici della commedia inglese\, blitz amorosi\, appuntamenti furtivi\, scappatelle scaltre che generano equivoci imbarazzanti e divertenti. Comicità pura ed elegante per un’opera che è stata definita “un grande sketch per cinque personaggi”. Accanto a Gigi Sammarchi\, in scena ci sarà anche Marco Vaccari\, attore teatrale e televisivo\, che dell’allestimento italiano di Toccata e fuga è anche il regista.\nToccata e fuga racconta la storia di una serie di inganni incrociati: c’è un marito che\, sollecitato a fare esercizio fisico dalla moglie\, passa il suo tempo libero\, anziché a fare jogging\, in un appartamento vicino al parco che dovrebbe essere meta dei suoi allenamenti. E’ lì lo aspetta infatti la sua amante\, con il favore di un amico che dell’appartamento è il proprietario. Quest’ultimo poi l’appartamento glielo presta più che volentieri\, pur di toglierselo dai piedi e poter così corteggiare indisturbato la di lui moglie. Lo “scambio” funzionerebbe alla perfezione\, con completa gioia di tutti\, se la moglie dell’amico non tornasse senza preavviso da un viaggio di affari in America…
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SUMMARY:Recita dell’attore Vecchiatto nel Teatro di Rio Saliceto
DESCRIPTION:7 febbraio 1999 ore 21 \ndi Gianni Celati\nregia Michela Zaccaria\ncon Mario Scaccia e Marisa Belli\nluci Franco Nuzzo\ncostumi Nanà Cecchi\nsuono Hubert Westkemper\nuna produzione Apas produzioni – Teatro Stabile del Veneto \nUn vecchio attore di origine italiana si conquista una fama mondiale fra il Sud America\, gli Stati Uniti e la Francia. Dopo trent’anni di lontananza\, deciderà di ritornare in Italia. Ad attenderlo\, al suo arrivo assieme alla moglie Carlotta\, non ci saranno però onori e riconoscimenti\, ma un Paese indifferente e direttori di teatri per nulla interessati al suo bagaglio di grande attore classico. Solo un piccolo teatro dell’entroterra reggiano\, il teatro di Rio Saliceto\, accoglierà i due vecchi coniugi per la loro ultima recita. \nNon si sa se Attilio Vecchiatto sia esistito veramente oppure se per il suo personaggio Gianni Celati sia arrivato perfino ad inventarsi una biografia piena di aneddoti e di testimonianze autorevoli\, da Susan Sontag a Renè de Ceccaty\, citando collaborazioni e amicizie illustri con Strehler\, Jean Luis Barrault\, Laurence Olivier\, Jeanne Moreau. Quello che è certo è che “Recita dell’attore Vecchiatto nel teatro di Rio Saliceto” è un’opera delicata su un’esistenza paradigmatica\, che racconta la parabola esistenziale di un vecchio attore che non si rassegna ai vaticini sulla morte del teatro. E questo perché per uno come Attilio Vecchiatto un verso di Shakespeare può ancora salvarci dalla notte dell’anima. Può risvegliare le coscienze assopite. E allora cosa c’è di meglio che approfittare di un’ultima occasione per mettersi al centro del palcoscenico e sputare fuori tutto quello che si pensa veramente? Attilio e Carlotta rinunciano allora alla loro recita e\, davanti ai pochi\, raffazzonati spettatori del piccolo teatrino di provincia\, preferiscono iniziare a raccontare se stessi\, le loro speranze di un tempo\, osservare il mondo che sotto i loro occhi è diventato irriconoscibile. Nei panni di Vecchiatto\, Mario Scaccia gli dona tutti i toni che fanno di lui un vecchio ironico con qualche scatto di furia\, un uomo orgogliosamente d’altri tempi\, con punte volutamente retoriche. La moglie Carlotta\, la sua ombra fedele e un po’ spaesata è l’attrice Marisa Belli\, brava a rendere la fatica di essergli compagna in una vita così dura.
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SUMMARY:Hedda Gabler
DESCRIPTION:14 gennaio 1999 ore 21 \ndi Heinrik Ibsen\nregia Carlo Cecchi\ncon Anna Bonaiuto\ne con Sara Bertelà\, Donatella Furino\, Paolo Graziosi\, Betti Pedrazzi\, Tommaso Ragno\, Elia Schilton\nscene e costumi Titina Maselli\nluci Pasquale Mari\nassistente alla regia Werner Waas\nassistente alla scenografia Barbara Bessi\nuna produzione Teatro Stabile di Firenze \n”Tutto ciò che è volgare si posa come una maledizione su tutto quello che tocco”. Queste poche ma perentorie parole pronunciate da Hedda Gabler nel dramma che porta il suo nome riassumono alla perfezione il significato profondo del più controverso e per certi aspetti ambiguo tra i personaggi ibseniani. La ”crisi” del dramma moderno\, alla quale Ibsen contribuisce in maniera considerevole\, si configura anche come perdita del senso tragico a tutto vantaggio dell’insorgere dell’elemento grottesco. Ciò che rimane dell’eroe classico non è che parodia comica e grottesca\, dell’uomo. E così anche Hedda Gabler\, la donna che per sfuggire alla noia e alla mediocrità della vita borghese\, vorrebbe rendersi artefice di un gesto grandioso la cui bellezza riscatti la sua vita grigia\, finisce solamente per macchiarsi di ridicolo\, vittima e testimone delle sue stesse maldestre azioni.
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SUMMARY:Il Pellicano
DESCRIPTION:18 dicembre 1998 ore 21 \ndi August Strindberg\nregia Mario Missiroli\ncon Ilaria Occhini\, Patrizia Zappa Mulas\, Michele Di Mauro\, Pietro Bontempo\, Fiorenza Brogi\nscene e costumi Lorenzo Ghiglia\ndisegno luci Alfredo Piras\nuna produzione Il Gruppo della Rocca \nUn dramma che viene dal freddo\, che si compie in una di quelle lunghe giornate piene di buio che scandiscono il tempo nel profondo Nord. Il Pellicano non è una delle opere più conosciute del drammaturgo svedese August Strindberg\, ma è senza dubbio una delle più estreme\, fosche e inquietanti. Sarà per queste caratteristiche che Mario Missiroli\, regista del torinese Gruppo della Rocca lo ha voluto mettere in scena dando l’impressione che i suoi protagonisti fossero appena usciti da una tela di Munch\, trovando nell’espressionismo della recitazione un corrispettivo assolutamente più calzante di ogni realismo.\nUn’occasione preziosa per penetrare nel sottile mistero di un classico affascinante e poco frequentato del teatro borghese\, restituito con grande padronanza e amore per questo genere di teatro dal suo cast di interpreti doc: a partire dalla protagonista del dramma\, Elise\, alla quale regala anche le più sottili venature di un carattere ambiguo e perverso una straordinaria Ilaria Occhini\, affiancata da Patrizia Zappa Mulas (la figlia Gerda) Michele Di Mauro (il figlio Fredrik)\, Pietro Bontempo (il genero – amante Axel)\, Fiorenza Brogi (la serva). \nIn un interno borghese brucia a fuoco lento il dramma di una famiglia vampireggiata da quella che Strindgerg (anche per esperienza personale) usava chiamare “una moglie-truffaldina”. Compagna ingannatrice\, avida\, egoista nell’appagare i suoi bisogni & scapito di tutti gli altri membri della sua famiglia\, Elise è l’esatto opposto di suo marito\, “il pellicano”\, l’animale simbolo a cui allude il titolo della pièce\, per sua natura pronto a tutto pur di proteggere e “nutrire” i suoi figli. Eliminato misteriosamente il suo antagonista (che all’inizio del dramma è infatti appena morto)\, Elise si ritrova padrona della casa\, apparentemente in lutto e moglie impareggiabile\, ma forse per la prima volta prigioniera\, “braccata”\, incalzata dal desiderio dei propri figli di fare chiarezza. Come al risveglio da un remoto torpore della coscienza\, Gerda e Fredrik affronteranno faccia a faccia la madre per un ultimo\, tragico e soccombente\, confronto. \n“Una storia borghese oscena\, deprimente e miserabile come questa – osserva il regista Mario Missiroli — avrebbe dovuto scriverla Zola\, in termini cocenti e appassionati da stringere il cuore.\nStrindberg invece\, è di una crudeltà che nega la commozione\, il suo sguardo sbarrato di Medusa è senza lacrime e trasforma il trafelato palcoscenico borghese nella tragica pietra di Epidauro che non conosce la pietà.”
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SUMMARY:Brancaleone
DESCRIPTION:20 novembre 1998 ore 21 \nLiberamente tratto da L’armata Brancaleone e Brancaleone alle crociate di Age/Scarpelli – Mario Monicelli\nregia Giampiero Solari\ncon Massimo Venturiello\, Remo Remotti\, Franco Olcese\, Marco Margiotta\nuna produzioneTeatro Stabile delle Marche \nE’ il cinema a far nascere Brancaleone.\nIl personaggio appare per la prima volta ad opera di Age-Scarpelli e Monicelli ne “L‘Armata Brancaleone” (1966) e viene ripreso con successo in “Brancaleone alle Crociate”. Ora è il turno del Teatro di raccogliere il testimone e proseguire il racconto. \nPassando da un mezzo di comunicazione ad un altro è necessario innanzitutto riepilogare le vicende e presentare i personaggi\, che sono ispirati a quelli del film\, ma sviluppati in senso teatrale.\nBrancaleone e i suoi si trovano in un teatro per cago. quasi per Sbaglio. Dovevano arrivare a una “terra promessa” e sono invece finiti su un palcoscenico\, un luogo a loro del tutto estraneo. Però\, dal momento che si trovano di fronte a un pubblico. non rimane altro che raccontare perché sono lì.\nL’Armata Brancaleone è una combriccola di diseredati. Sono gli “ultimi”. Ma paradossalmente questo gruppo di disperati\, crede. Ma crede in qualcosa di inesistente.\nEd è grande (e comica) la contraddizione fra la loro quotidianità\, figlia dell’arte di arrangiarsi\, e la loro determinazione a inseguire un sogno.\nE poiché il pubblico li incontra nel momento della delusione e dello smacco\, iniziano controvoglia a parlare. ma poco a poco le loro storie prendono il sopravvento e la loro ingenuità teatrale diventa un punto di forza della vicenda. \nIl racconto teatrale si sviluppa mischiando stili diversi di drammaturgie: da quella dei cantastorie a quella della commedia dell’arte\, con movimenti surreali che possono ricordare “teatro di Carlo Gozzi.\nIl linguaggio usato nei film è fondamentale anche nella stesura teatrale\, perché crea un universo verbale inventato\, che sostiene i dialoghi e realizza momenti di comicità\, facendo esprimere i protagonisti negli idiomi rappresentativi delle più diverse aree di provenienza.\nLa musica sottolinea le atmosfere\, accompagna ritmicamente certi episodi di battaglia ed è spesso cantata dagli stessi personaggi. \nIl “Nostro“ Brancaleone rappresenta dunque un’Italia sgangherata\, che si sente però chiamata a condividere uno strano vitale destino\, che non è di rassegnazione ma in qualche modo di ostinata e strampalata speranza. Si continua ad andare\, sì lotta\, ci si difende dalle calamità\, si superano prove di ogni tipo per arrivare… chissà dove.\nLa storia di Brancaleone continua: oggi a teatro\, domani in un’altra qualunque possibile forma.\nIl nostro spettacolo non è che un frammento di questa storia infinita.\nGIAMPIERO SOLARI
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SUMMARY:Conversazione senza testimoni
DESCRIPTION:4 novembre 1998 ore 21 \ndi Sofia Prokofeva\nregia Carlo Mazzacurati\ncon Marco Messeri e Delia Boccardo\nuna produzione Arena del Sole – Nuova Scena \nUn appartamento in penombra\, nel cuore di una grande città. Una donna siede sola a tavola. Poi\, una chiave nella porta avverte il rincasare di un uomo. La donna ha un sussulto e la sua meraviglia rivela che si tratta di un marito che da tempo non lo è più\, I due sono divorziati\, ma il loro legame in qualche modo prosegue. Non certo in maniera serena: lei si difende\, ma senza arginare le incursioni\, sempre più coercitive\, del suo ex\, che conserva addirittura le chiavi del suo appartamento e va e viene come se nulla fosse cambiato. E’ questo l’inizio\, sorprendente e spiazzante di Conversazioni senza testimoni\, una commedia del nostro tempo che come poche altre a teatro vuole indagare con sottigliezza e spessore sul mistero sottinteso ad ogni amore che nasce e che muore. Scritto negli anni Settanta da una scrittrice moscovita\, Sofia Prokofeva\, arriva ora sulle scene italiane per segnare il debutto alla regia teatrale di Mazzacurati\, uno dei più interessanti protagonisti della rinascita del nuovo cinema italiano. Dopo aver diretto film come Notte italiana\, Il prete bello\, Il faro (Leone d’argento a Venezia)\, Vesna va veloce (debutto cinematografico di Antonio Albanese) fino a L’estate di Davide (presentato al Festival di Locarno)\, Carlo Mazzacurati si avvicina per la prima volta al linguaggio della scena con questa piccola opera da camera per due protagonisti\, assolutamente in linea con il suo cinema dai toni defilati\, sottili e sfumati. \n“Circa nove anni fa\, a un’ora tarda – spiega Mazzacurati – mi capitò di vedere in televisione un film.\nEra di Nikita Michalkov e in Italia non era mia uscito al cinema. Ne rimasi folgorato: raramente mi è capitato di provare un ‘emozione così forte (a mio parere il più bel film del regista russo). Senza testimoni\, questo è il titolo del film\, è interamente ambientato all’interno di un appartamento\, e ha come protagonisti un uomo e una donna. Parla della vita vera\, del tempo che se ne va\, della nostalgia\, dei compromessi\, del dolore\, ma anche della speranza nel futuro e soprattutto dell’amore.\nAlcuni anni dopo un’amica mi telefonò e mi disse che aveva trovato il testo teatrale da cui questo film aveva tratto ispirazione. Il titolo della pièce era Conversazione senza testimone\, ed era stato scritto negli anni Settanta da una donna: Sof’ja Prokof’eva. Allora pensai che se un giorno mi fossi deciso a fare qualcosa per il teatro\, sicuramente avrei dovuto portare in scena quel testo. ”\n\nNel passare dal cinema al teatro\, Mazzacurati porta con sé sulla scena uno dei suoi inseparabili attori\, Marco Messeri\, che dà corpo al protagonista maschile con la forza dei suoi toni crudeli\, nevrotici\, ossessivi. Gli fa da controvoce\, con dolcezza e decisione\, Delia Boccardo\, che regala al suo personaggio la verità di una donna intimamente ferita ma ancora in grado di reagire con dignità.
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